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Bambini scomparsi: la disperazione della sottrazione PDF Stampa E-mail
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marted́ 09 ottobre 2007
demartino.jpg

Bambini scomparsi
Il senso dell'impotenza
Nuocere ai bambini strappandoli ai loro care givers e procurando loro
una rottura affettiva grave, brusca e profonda, rappresenta la colpa
delle colpe per eccellenza in tutte le culture. E oggi l’idea che alcune
scomparse siano rimaste ancora senza soluzione e che solo pochissimi
siano i casi risolti con il rientro del minore in famiglia lascia un senso
diffuso di amaro e di insicurezza palpabile
La scomparsa dei bambini rappresenta sempre e da sempre una follia
capace di scatenare le forme più acute di allarme sociale. Va pure
ricordato che a fronte dei pochi casi di scomparsa che vengono ripresi e
rilanciati dalla stampa, ve ne sono centinaia d’altri di cui non si ha
notizia e che non vengono divulgati. Ufficialmente sul territorio nazionale
sono tutt’oggi 540 i minori italiani e stranieri per i quali sono state
attivate le segnalazioni di ricerca in Italia e che ancora non sono
stati ritrovati (Fonte Polizia di Stato). Risulta maggiore la percentuale
di minori stranieri scomparsi, quasi il doppio rispetto a quelli
italiani, perché si tratta più spesso di minori fuggiti da comunità o
contesti di accoglienza per rientrare presso le famiglie di origine o nuclei
amicali o parentali presenti sul territorio e che non comunicano con le
forze di polizia.
L’idea del bambino che scompare perché viene rapito da “orchi” con
diversi connotati simbolici appartiene alle tradizioni archetipiche di
tutti i popoli e di tutte le civiltà in ogni tempo. Di volta in volta
possono essere gli zingari di passaggio, o possono essere bande organizzate
di pedofili: insomma, soggetti che nel contesto di una determinata
comunità e realtà sociale organizzata rappresentano quanto di più
incomprensibile, inafferrabile ed efferato si possa immaginare. Perché colpisce
la famiglia nel suo valore più intimo, caro e preliminare a qualsiasi
altro: la presenza dei bambini e la loro tutela. Nuocere ai bambini, in
questo caso strappandoli ai loro care givers e così procurando loro una
rottura affettiva grave, brusca e profonda, rappresenta la colpa delle
colpe per eccellenza in tutte le culture. E oggi l’idea che alcune
scomparse siano rimaste ancora senza soluzione, come nel caso della
piccola Denise Pipitone, dei fratellini di Gravina (Ciccio e Salvatore) e di
Angela Celentano, che altri casi abbiano ottenuto risposte tragiche e
oscene (pensiamo alle due bimbe belghe Melissa e Julie, rapite e uccise
dal mostro di Marcinelle che confezionava video pedopornografici), e
che solo pochissimi siano i casi risolti con il rientro del minore in
famiglia (l’ultimo caso eclatante è quello profondamente enigmatico e
sconcertante di Natascha Kampusch) ha lasciato e lascia un senso diffuso di
amaro e di insicurezza palpabile.
In tutto questo entrano in gioco sicuramente due aspetti fondamentali.
Il primo è un latente senso di colpa delle famiglie che, provando al
proprio interno una sensazione di non completa adeguatezza dei legami
affettivi e della sorveglianza e custodia del bambino, tendono a vivere la
scomparsa e il senso di aggressione che la accompagna come un feticcio
di un evento punitivo estremo che ha colpito la famiglia nel momento
in cui la tutela nei confronti del bimbo si è allentata. Il secondo
fattore, che nutre una sensazione di smarrimento e impotenza, è legato
invece alla presenza, nel contesto della comunità di appartenenza, di
soggetti misteriosamente aggressivi, implacabili e inafferrabili: il
pedofilo è uno tra questi, rappresentando l’orco per eccellenza; ma può essere
anche lo straniero, il forestiero, colui che non fa parte della rete
di relazione comunitaria.  Dinanzi a questa doppia minaccia la famiglia
appare più sola che mai e sguarnita, anche perché indebolita
dall’assenza di relazioni parentali estese, che in passato costituivano una prima
rete e una prima cerchia di protezione di fronte all’evento di una
possibile aggressione esterna. Questa doppia insufficienza fa sì che
queste vicende drammatiche diventino -al di là dei loro numeri-
esplosivamente emblematiche di una crisi e di un disagio profondo della coppia
genitoriale che deve essere e deve mostrarsi perfettamente autosufficiente
e autorganizzata, diversamente dal passato dove la famiglia si fondava
invece su una coralità familiare composta di zii e zie, nonne, sorelle,
fratelli, nipoti.
 
Alessandro Meluzzi  
Psichiatra – Psicologo – Psicoterapeuta
Rossana Silvia Pecorara
Psicologa .
Dottore di ricerca in scienze cognitive

da SocialNews.it
http://www.socialnews.it/GIUGNO-LUGLIO2007/giugno-luglio2007meluzzi-pecorara_1.htm

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