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Abusi sessuali. Il luogo comune di una violenza barbara PDF Stampa E-mail
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luned́ 17 dicembre 2007
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Abusi sessuali. Il luogo comune di una violenza barbara       

mercoledì 12 dicembre 2007

Nei trascorsi 12 mesi oltre 2 milioni e mezzo di donne ha subito violenza fisica, sessuale o tentato stupro per il 69% ad opera di partner che non conoscono vergogna.

di Andrea Camboni


Poco più di un mese fa, il 30 novembre, lo stupro e l’omicidio di Giovanna Reggiani occupava le prime pagine di tutti i giornali, rinverdendo “la nera” dell’abusato binomio tra violenza e immigrazione, più verde dell’odio quando questa è clandestina.

Il luogo comune che di un caso ne fa cento, sfiatatoio delle beghe private riconvertite all’emergenza sociale, “rimandateli a casa” il ritornello comune. La patria è salva assieme all’onore “delle nostre donne le violentiamo noi”. Perché se di piaga sociale si tratta, le misure invocate non possono colpire nel mucchio del possibile reo come balsamo su una ferita aperta, altrimenti noi tutti saremmo passibili del fermo in quanto uomini. Il profilo dello “stupratore medio” condanna proprio gli italiani, gli stessi che si indignano più del peccatore che del peccato, costretti, ora, a fare i conti con i numeri che li inchiodano alle loro responsabilità.

Un report dell’Istat, elaborato nel febbraio 2007, dal titolo “La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia” fotografa, infatti, una situazione che dello stereotipo ha fatto un inutile avanzo di intolleranza.


“Se si considerano gli stupri avvenuti in Italia -ha ricordato Linda Laura Sabbadini, Direttore Centrale Istat- il 69% sono opera dei partner, mariti o fidanzati, solo il 6% di estranei. Se anche considerassimo che di questi autori estranei il 50% sono immigrati, ciò vorrebbe dire che si arriverebbe al 3% degli stupri, se anche ci aggiungessimo il 50% dei conoscenti al massimo si arriverebbe al 10% del totale degli stupri opera di stranieri. E invece l’immagine è di stupri per le strade ad opera di immigrati. Non fare i conti con le statistiche esistenti nel Paese può portare ad orientare in modo errato le priorità e il tipo di politiche”.


Il campione dell’indagine, commissionata dal Ministero per i Diritti e le Pari Opportunità,  comprende 25.000 donne d’età compresa tra i 16 e i 70 anni, intervistate con tecnica telefonica dal gennaio all’ottobre 2006. Il report dell’Istat prende in considerazione tre diverse tipologie di violenza perpetrata nei confronti delle donne. La violenza fisica, sessuale e psicologica, dentro e fuori dalla famiglia.

Il dato, forse, più rilevante, al fine di una adeguata politica di prevenzione è quel 93,8% di violenze sommerse che sembra rimandare a una congenita immunità per questo tipo di reato. Impossibilità per la Giustizia di perseguire nella mancanza di una denuncia che investe la politica della necessità di misure straordinarie, utili a sbollire per poco la rabbia della gente. Ma 6 milioni 743 mila donne che nel corso della propria vita hanno subito violenza fisica o sessuale non è un dato che si può cancellare con una nuova stagione di rimpatri forzati.


La famiglia come sacra istituzione privata, che rinnova odiosi riti al suo interno, deve essere profanata per mezzo di una consapevole  tensione al sociale diretta non soltanto nella liturgia della mera procreazione ma di un rispettoso rapporto di coppia , l’intima idea di uno Stato in miniatura.

Accettiamo pure che i panni sporchi si lavino in famiglia, ma che non siano sporcati di sangue alla presenza dei Lari.


Andrea Camboni


Tratto da Fondazione Italiani (clicca qui per leggere l'articolo sul sito d'origine )


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