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mercoledì 12 dicembre 2007 |
L’altra faccia della violenza
sessuale sulle donne: le false violenze
Scritto da Cristina Monceri
lunedì 03 dicembre 2007
Nel titolo ho voluto precisare il
termine “violenza sessuale” per scinderlo in modo netto dalle
violenze fisiche alle quali molte volte larga parte dell’universo
femminile è soggetto dentro le mura domestiche senza purtroppo
avere i mezzi o il coraggio per denunciarlo. La precisazione deriva
da un lungo ragionamento che mi sono fatta seguendo le vicende di
Carlo Parlanti, quelle della presunta vittima e da alcuni studi e
ricerche che ho fatto spulciando qua e la.
Le violenze sessuali sulle donne hanno
anche un’altra faccia, quella delle false denuncie, fatte per i più
svariati motivi e interessi che vedremo mano a mano che andremo
avanti nello sviscerare i dati ufficiali.
In un articolo di qualche tempo fa
Jacqueline Monica Magi, sostituto procuratore della Repubblica presso
il Tribunale di Pistoia, affermava che “potrebbe sembrare
incredibile che si possa accusare qualcuno che si sa innocente di un
delitto turpe quale quello di violenza sessuale, eppure avviene più
spesso di quanto si creda, distruggendo la possibilità di fare
giustizia per i casi di vere violenze”.
“Il reato di violenza sessuale -
prosegue la Magi - non è sempre di facile prova, non essendo
sempre disponibili prove oggettive sia perché non sempre una
violenza sessuale lascia tracce, sia perché non sempre la
denuncia avviene in tempo utile per raccogliere questo tipo di prove
( prove oggettive si intendono tracce di sperma, di peli pubici e
tracce organiche in genere )”. Questo ci fa capire che, se da un
lato sia difficile provare la violenza si assiste spesso all’abuso
della denuncia la quale fa leva sul crimine particolarmente efferato
e sulla credibilità della vittima.
Secondo studi effettuati in
America,(studi condotti per l’Aeronautica Militare Americana dal
dott. Charles P. McDowell) oltre il 60% delle denunce di violenza
sessuale sono false, sono frutto cioè di storie inventate e
senza alcuna “prova oggettiva”, ma sfruttano la tendenza tutta
americana di credere tendenzialmente alla vittima, la quale “usa”
questa peculiarità per i più svariati motivi che vanno
dalla vendetta personale al mero interesse, specie dopo che negli Usa
è stato introdotto una sorta di risarcimento per le vittime di
crimini sessuali.
Per fare un esempio, in pochi sanno che
le vittime di stupri negli Stati Uniti percepiscono mensilmente una
indennità che varia da caso a caso. Se la cosa è giusta
quando si tratta di vere vittime di stupri, la stessa assume i
contorni della beffa e del reato quando a percepire quell’indennizzo
sono le false vittime. Questo ha portato l’amministrazione Usa a
rivedere sensibilmente al ribasso gli indennizzi verso le vittime di
reati sessuali, danneggiando di fatto proprio le vere vittime.
Nel caso specifico di Carlo Parlanti,
la vittima (Rebecca White) percepisce qualcosa come 9.000 dollari
mensili, ha un contributo fisso per l’abitazione pari a 450 dollari
mensili, gli è stata concessa la completa esenzione su
qualsiasi medicinale, ha la scuola gratuita per i figli, prende il
50% di quanto riceve Carlo dalla famiglia e di tutto quanto potesse
essere riconducibile a lui negli Usa. Mi spiego meglio, se qualcuno
(Katia) invia 200 dollari a Carlo sul conto della prigione, 100
dollari vanno a lei.
Abbiamo più volte sottolineato
come in questo caso specifico non solo non esistano “prove
oggettive” ma addirittura esistono prove che la presunta vittima ha
mentito su tutti i fronti, quello che non abbiamo mai sottolineato è
l’interesse che ha spinto la vittima a inventarsi tutto questo,
danneggiando di fatto migliaia di altre vittime reali di stupro,
vittime che veramente meriterebbero una forma di indennizzo.
Va fatta una precisazione, per fare
questo una truffatrice, come in questo caso Rebecca White, ha bisogno
di un corposo aiuto da parte di un procuratore, ha bisogno cioè
di qualcuno che sostenga la sua storia e che copra quelle poche prove
false portate al processo, altrimenti, di fronte a una giustizia
equa, non avrebbe alcuna possibilità di farla franca.
Se a questo aggiungiamo la recidività
del soggetto (aveva fatto la stessa cosa con il suo ex marito che
però aveva intelligentemente patteggiato pagando una cospicua
somma di denaro) decade anche quella attendibilità della
vittima di cui parlava la dott.ssa Jacqueline Monica Magi quando
sosteneva che la mancanza di prove oggettive poteva essere bilanciata
dalla credibilità della vittima.
Sul perché un procuratore degli
Stati Uniti si presti a tutto questo per ora sorvoliamo, proviamo
cioè a credere che lo faccia in buona fede (ma ne parleremo a
tempo debito), rimane il fatto che in questo caso la vera vittima di
abusi sta in prigione e chi ha abusato sta fuori e si gode una ricca
pensione. Quello che però vorrei rimarcare è il danno
che una storia come questa apporta alla causa delle vere vittime di
stupro, un danno che non è quantificabile oggi ma lo sarà
solo tra qualche tempo, comunque un danno enorme. E’ l’altra
faccia delle violenze sessuali sulle donne dove la presunta vittima è
in effetti il vero carnefice.
Cristina Monceri
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