"Rapita dalla giustizia": un libro per capire come tolgono i figli in nome di inesistenti abusi
sabato 28 febbraio 2009

La storia, scritta da lei stessa, della bambina portata via alla famiglia perché "abusata" dal padre: di abusi però mai commessi. Ma a cui troppa gente - professionisti del settore - voleva per forza credere.

Al punto da "convincere" la bambina (di sei anni) a confessare promettendole di farle rivedere mamma e fratello.

Una storia che fa accapponare la pelle.

Con l'Italia condannata a Strasburgo e due genitori che non si sono mai dati per vinti.

E un sistema di "tutela del minore" che esce moralmente a pezzi.

 

Angela L.; Tortorella Maurizio; Guarneri Caterina

Rapita dalla giustizia. Come ho trovato la mia famiglia.

 

Editore: Rizzoli

Pubblicazione: 02/2009

Numero di pagine: 210

Prezzo: € 18,50

ISBN: 8817028231

dal SITO della RIZZOLI:

Angela è una ragazza come tante. Ha vent'anni, lunghi capelli neri, una famiglia che l'adora, una vita serena e un futuro che l'aspetta. Tutte cose che siamo abituati a dare per scontate, ma che fino a pochi anni fa per lei erano solo un sogno, un ricordo che il tempo aveva nascosto nelle pieghe di un assurdo errore giudiziario. Tutto comincia il 24 novembre 1995, quando un'assistente sociale e due carabinieri si presentano alla scuola elementare di Masate, un piccolo centro del milanese. Angela viene prelevata senza capire che sta succedendo. Ha solo sei anni e non può sapere che questo sarà l'inizio della sua terribile storia. Da quel giorno, la sua vita sarà un calvario di orfanotrofi e interrogatori, esami e test psicologici continui per strapparle di bocca un'orribile verità: il Tribunale dei minori è convinto che suo padre Salvatore abbia abusato di lei. Sua cugina Antonella, anche lei minorenne, avrebbe già confessato tutto. Ma per la piccola Angela quell'orribile verità non è altro che una spudorata menzogna, il frutto di una mente turbata: suo padre le vuole bene, lei lo sa. È ancora una bambina, ma ha già capito di essere finita in un mondo alla rovescia: gli uomini e le donne della Giustizia sono diventati i suoi nemici, non sono lì per aiutarla, ma per strapparle la sua identità. Niente più capelli lunghi, via perfino il suo cognome che è l'ultimo legame con i suoi affetti, quelle stesse persone che il tempo sta trasformando in ricordi sempre più sfumati.

 


dal blog GIUSTIZIA INTELLIGENTE: 

 

Della storia di Angela L. e del padre Salvatore, ingiustamente separati per 11 anni in ragione di una falsa accusa di pedofilia. Ne abbiamo già parlato ne "Il vero caso di Angela è aperto".


Con dedica al PM Pietro Forno, alla dott.ssa Luisa Della Rosa ed al fantasma "Pisello".

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Anche in questa storia, si distinsero in negativo gli assistenti sociali milanesi.

Racconta Angela in una intervista pubblicata su Grazia del 17/6/08:

  • «L'assistente sociale mi aveva promesso che, se le avessi dato ragione, avrei potuto rivedere i miei ge­nitori e mio fratello Marco».

E ancora Angela, da un articolo comparso su Panorama del 19/06/08:

  • «Ero piccola, ma ricordo che l’assistente sociale mi diceva che se confermavo certe cose sul papà avrei rivisto la mamma. Una volta sbottai: “Così non vale”».

Una brutta faccenda di prove mancanti e di solerti professionisti dello stato che non si fanno scrupoli di minacciare e ricattare per produrle.

Una faccenda che assomiglia molto al più recente caso dei due fratelli di Basiglio, frettolosamente allontanati dal servizio sociale per un sospetto di abuso sessuale altrettanto infondato. Solo che stavolta sono poi stati incriminati proprio gli psicologi e gli assistenti sociali.


Da tempo sono numerosi coloro che si dichiarano perplessi sull'eccesso di potere conferito ai servizi sociali (spesso senza un adeguato controllo da parte della magistratura minorile) e sulla spregiudicatezza e l'illogicità a senso unico con cui alcuni operatori sociali lo esercitano.


Ma attenzione a non dirlo, occhio a criticare gli assistenti sociali milanesi. Pare che siano molto permalosi.


Ugo


Vedi anche:

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Per andare al blog GIUSTIZIA INTELLIGENTE (ottimo blog, ben documentato e ben scritto) clicca qui

 


L'articolo di Panorama (clicca qui per andare al sito)

Storia (a lieto fine) di Angela, rapita dalla giustizia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Angela ha 19 anni e due genitori che adora. Ricambiata. Vivono sotto lo stesso tetto, in una bella villetta gialla alle porte di Milano. Angela vuole aprire un negozio di abbigliamento, guarda i programmi di Maria De Filippi e non le dispiacerebbe sedersi nel suo salotto televisivo.
I genitori, Salvatore, piccolo imprenditore edile calabrese, e Raffaella la coccolano con gli occhi e le hanno fatto fare un calendario (castissimo) che è appeso in sala. Ma questa famiglia nasconde un segreto. Quando aprono le loro carte di identità scopri che i tre hanno cognomi diversi. È la cicatrice lasciata da un’odissea durata oltre 12 anni, dal maggio 1994 al dicembre 2006. Perché la burocrazia in Italia va più lenta della ragione e, persino, del buon senso.
«Lo Stato mi ha rubato l’infanzia e l’adolescenza. E ora non mi vuole restituire neppure il mio vecchio cognome» si lamenta Angela. Nel 1995 è stata «rapita» da un magistrato zelante che ha ritenuto di salvarla dagli abusi del padre. Peccato che 6 anni dopo la Cassazione abbia sentenziato che quelle violenze non sono mai avvenute. Ma ormai la vita della famiglia L. era distrutta. Centoventisei mesi dopo Angela è tornata a casa. E ora, dopo essersi goduta un po’ di serenità, ha accettato di raccontare la sua storia.
L’inferno inizia quando una ragazza di 14 anni, Antonella M., denuncia per abusi il fratello. La famiglia è scettica e allora lei, particolarmente fragile (finirà in un ospedale psichiatrico), chiama in causa altri parenti, persino uno zio d’America che nei giorni dei presunti incontri risulterà oltreoceano. Racconta di orchi e di orge.
Il pubblico ministero Pietro Forno annota e aggiunge nomi sul registro degli indagati. Tra le persone che dubitano della versione di Antonella c’è suo cugino, Salvatore L., che finisce sul banco degli imputati. Avrebbe violentato sia Antonella sia sua figlia Angela. L’accusa crede alla giovane, anche se è ancora vergine.
E così, il 24 novembre 1995, due carabinieri, come nella favola di Pinocchio, insieme con un’assistente sociale, prelevano Angela a scuola. «Devi venire con noi» le dicono. Quindi la portano via dal padre, ma anche dalla madre. Cominciano a questo punto le vite parallele di Angela e della sua famiglia, che non si incroceranno più, sino al 2005.
Dei primi giorni di separazione la ragazza, oggi, ricorda la vetrata nel centro di assistenza familiare, un parente dall’altra parte, lei che cerca di raggiungerlo. E poi tante persone, forse dieci, che la placcano, la riportano dentro. Ricorda le notti passate a piangere, le punizioni, le serate con la faccia rivolta all’angolo della camerata. «Non dimentico gli schiaffoni della signora Virgilia. Per castigarci ci faceva fare 100 piegamenti sulle gambe». A bambini di 6-7 anni… «Là dentro mi dicevano che la mia famiglia mi aveva abbandonata, che mi dovevo rassegnare».
Un giorno Angela con cinque compagne organizza un’evasione, ma sei bambine che girano da sole per la città non passano inosservate. E rifiniscono dentro.
Durante le indagini la bambina può vedere solo la cugina Antonella, testimone come lei. «Gli operatori del centro mi assicuravano che era l’unica che mi voleva bene». I giudici d’appello, 4 anni dopo, annotano che Angela potrebbe essere stata «influenzata» da quegli incontri. La ragazzina, nelle stesse settimane, subisce molte altre pressioni.
«Ero piccola, ma ricordo che l’assistente sociale mi diceva che se confermavo certe cose sul papà avrei rivisto la mamma. Una volta sbottai: “Così non vale”». La verità è che Angela non conosce il significato della parola abuso, si limita a ripetere che il padre l’ha trattata male, per poter tornare tra le braccia materne.
Secondo l’accusa, le prove sarebbero almeno due: una testimonianza videoregistrata che, durante il processo, va perduta e i fantasmi disegnati dalla bambina. Per gli strizzacervelli, un simbolo fallico.
I periti del giudice nel processo d’appello sono durissimi: gli schizzi fatti dopo gli incontri con la psicologa non «rappresentano in alcun modo una spontanea e libera espressione figurativa». Una poliziotta appunta: «La bambina vuole disegnare tante bambole e la verbalizzante la invita a smettere. La verbalizzante le chiede di disegnare i letti… le bambole non mi interessano, mi interessano i letti e i fantasmi».
Nel 1997 la corte d’appello infine assolve Salvatore, sottolineando gli errori di consulenti e inquirenti. Sbagli che hanno trasformato in un incubo la vita di una famiglia unita.
Salvatore è quello a cui è toccata l’esperienza peggiore: 2 anni e 4 mesi in carcere, nel girone degli infami, accusato di incesto e pedofilia. «Stavo in una cella con tre albanesi, un marocchino e moltissimi scarafaggi» ricorda. Un giorno prende carta e penna e scrive all’avvocato Guido Bomparola: «Oltre all’accusa, io ho il pensiero quotidiano di mia figlia piccola allontanata dalla mamma (…), di un ragazzo che si trova tutti i giorni a convivere con l’idea di un padre che sta a San Vittore. (…) Non sai quante volte ho la tentazione di farla finita. Sembra assurdo, ma se ti uccidi ti ascoltano. (…) Allora a tutti quanti viene il dubbio che il mostro poteva essere innocente».
Ma Salvatore resiste. Organizza una piccola cooperativa per fare lo spesino per i detenuti più poveri e, da bravo muratore, ristruttura tutte le celle del piano e nella sua costruisce una nicchia in cui mette una madonnina luminosa.
La moglie non sta meglio: «Il momento più brutto della mia vita è stato quando sono andata alla fermata dello scuolabus e non ho trovato mia figlia». I primi mesi, per la vergogna e l’assurdità della vicenda, non esce di casa, quindi tira fuori la rabbia che ha dentro e reagisce: «Avevo un figlio da crescere, ho iniziato a lavorare nella tintoria di mia sorella».
Non sono facili neppure le 40 udienze dei processi, con il marito che arriva in manette: «Lo potevo incontrare solo lì. In aula ho portato anche Francesco, che voleva vedere suo padre». Nel 2001 c’è l’assoluzione definitiva, ma il tribunale per i minorenni, sordo a tutto, conferma l’adottabilità di Angela, «per incapacità genitoriale» di Raffaella e Salvatore.
La ragazza, nel frattempo, è stata affidata a una famiglia di ricchi imprenditori dell’hinterland milanese. Hanno altri tre figli, due adottivi e una naturale, la più piccola. Angela non conserva un buon ricordo di quegli anni, forse per la severità dei nuovi genitori: «Litigavamo spesso. Non gli assomigliavo e mi imponevano regole ferree: potevo uscire solo la domenica pomeriggio dalle 14.30 alle 17.30, gli altri giorni sbrigavo spesso le faccende domestiche, stiravo per ore».
Ad Angela manca l’infanzia rubata e, quando può, gioca di nascosto con le bambole della sorella più piccola («A me regalavano solo gioielli che finivano in cassaforte»). In famiglia le fanno pesare il confronto con quella che il padre chiama «figlia figlia». A scuola va male, anche se tra i banchi è l’unico momento in cui si sente libera: «Ci andavo con il sorriso e quando tornavo a casa mi deprimevo».
Angela passa ore a scrivere sul diario pensieri sulla vecchia famiglia: «I miei genitori adottivi mi dicevano che quelli naturali mi avevano abbandonato, poi che mia madre era morta di parto. Però io mi ricordavo perfettamente i suoi riccioli». Alle medie impara il significato della parola abuso e si convince di non averlo mai subito: «Con i grandi non parlavo di queste cose per non finire di nuovo all’orfanotrofio».
Tace, sino a quando, dopo anni di ricerche, Salvatore e Raffaella la ritrovano su una spiaggia di Alassio, dove è in vacanza: «Era il 31 luglio 2005 e la riconobbi subito» si illumina Salvatore. Con la moglie Raffaella per 8 mesi si accontenta di seguirla da lontano, di vederla uscire dalla messa. Poi, nel marzo 2006, il fratello Francesco le consegna una lettera in cui le racconta la verità: che loro non l’avevano mai abbandonata e che anzi la cercavano da anni.
Angela decide di tornare dai suoi. Quando bussa la prima volta, dopo oltre 10 anni, è sera. Raffaella spalanca la porta e quasi sviene. Madre e figlia parlano tutta la notte, piangono, ridono.
A questo punto lo Stato mostra, per l’ultima volta, il volto più duro. «Poco prima di tornare a casa definitivamente, un pm ci ha provato ancora. Mi ha detto che se fuggivo di nuovo dalla mia famiglia adottiva mi avrebbero rispedito in un istituto» ricorda Angela. «Io gli ho risposto che potevano mandarmi dove volevano, ma che mio padre non aveva mai abusato di me e che, alla fine, sarei tornata dai miei genitori naturali». I giudici si arrendono.
Angela torna a casa, per sempre. Il 24 dicembre 2006 festeggia il diciottesimo compleanno in un ristorante con 115 invitati. In paese sparano i fuochi d’artificio, i regali si accumulano all’ingresso come un bottino di guerra. Una cameriera guarda stupita e papà Salvatore le sussurra: «Questo non è un compleanno, è un miracolo». Ora manca l’ultimo prodigio. «Rivoglio il mio cognome» reclama la fu Angela L., che un giudice ha battezzato Angela C.



da IL GIORNALE.IT (CLICCA QUI PER ANDARE ALLA PAGINA E AL SITO DA CUI E' STATA TRATTA LA NOTIZIA)

«Così la giustizia mi ha rapita inventando un padre violentatore»

Milano

Bambole, animali, oggetti. Angela gioca per tre giorni davanti alla psicologa del Tribunale dei minori di Milano. È la fine del 1995, Angela ha quasi sette anni, abita con papà, mamma e fratello in un paesino dell'hinterland. Una famiglia normalissima, forse definirla un presepe sarebbe troppo, ma all'orizzonte non c'è nulla di anomalo. Angela è stufa di disegnare sempre le stesse cose e allora con la matita traccia sul foglio bianco una linea lunga, poi gli dà un nome: Fantasma. L'esperta sorride, complice, la bambina cambia titolo: Pisello. Angela non lo sa, ma quello sarà l'errore più grave della sua vita. La psicologa afferra quel pezzo di carta, lo osserva, lo trasforma nella prova che cercava. Da tempo, Antonella, la cuginetta di Angela, una ragazzina dall'equilibrio psicologico instabile, va raccontando di violenze sessuali in famiglia e ha coinvolto in un pericoloso crescendo il padre, un fratello, il papà di Angela. Angela si ritrova su un'auto dei carabinieri: la giustizia l'ha rapita, a casa tornerà solo dieci anni più tardi. Per il momento, l’affidano al Caf, il Centro di affido familiare.

I genitori non sanno più nulla di lei. Ma non hanno ancora capito che su di loro sta per abbattersi una sciagura senza proporzioni. Dopo una martellante preparazione che assomiglia ad un lavaggio del cervello, la bambina viene interrogata: ha paura, vuole tornare dalla mamma. Vede un grande specchio, intuisce che dietro c'è qualcuno, ma nessuno la rassicura. Carla, la dirigente del Caf, le propone un baratto: «Se racconti le cose di cui abbiamo parlato tante volte, tu torni a casa». Ma di che cosa avrebbero discusso tante volte? No, Angela non si fida, quel posto è terra straniera, le manca la mamma Raffaella, le manca il padre Salvatore che ha una piccola ditta di costruzioni. Ora però anche l'assistente sociale la fissa negli occhi: «Se dici tutto, ti faccio vedere la mamma». È un ricatto. Odioso. Ma lei non sa dire di no.

E quei cenni di consenso, quei movimenti impacciati e quasi impercettibili della testa questa volta costruiscono le manette che vengono strette ai polsi di Salvatore il 26 gennaio 1996. Un disegno innocente e qualche sì strappato a forza davanti al grande specchio. È l'armamentario che distrugge con tutti i crismi della legalità una famiglia senza problemi gravi, senza segreti, senza misteri.

A leggere il libro Rapita dalla giustizia, scritto in prima persona da Angela L. per Rizzoli con l'aiuto di Caterina Guarneri e Maurizio Tortorella, si resta basiti. Come può essere accaduta una storia del genere? Perché nessuno fra giudici, servizi sociali, esperti, ha messo in discussione quella versione? Domande che non hanno risposta, perché il meccanismo messo in moto dalle sconclusionate affermazioni della cugina non si è più fermato. Non c'è redenzione in questa storia di sottile crudeltà scritta con le carte bollate e i timbri dei tribunali. Non ci sono i buoni e i cattivi, c'è solo il buio che avvolge una bambina che piano piano diventa ragazza, cercando sempre l'uscita dal labirinto. E c'è naturalmente la resistenza della famiglia che lotta per non scomparire: Angela ora è in un kinderheim, ma i suoi non sanno più nulla, nulla di nulla, nemmeno una foto o una lettera; Salvatore è a San Vittore, sommerso da accuse infamanti e terribili; Raffaella è rimasta a casa, col piccolo Francesco che ha il diritto, almeno lui, di crescere. Un incubo.

Gli affetti e il cuore contro la legge, in un duello impari. Il 19 marzo 1997 Salvatore viene condannato a 13 anni per le violenze su Angela e Antonella. La guerra sembra perduta. Ma Raffaella non molla. Il 9 dicembre 1999 Salvatore viene assolto dalla corte d'appello, la Cassazione conferma. Il capo d'imputazione si è sbriciolato. Ma Angela è sempre lontana, lontanissima, irraggiungibile. Anzi, il tribunale dei minori la dichiara adottabile. La motivazione è un capolavoro di perfidia: ora la colpa di Salvatore e Raffaella è la «ridotta capacità genitoriale». Anche se, piccolo dettaglio, stanno tirando su l'altro figlio.

Per ricomporre la famiglia, serve un'ultima metamorfosi: Angelo e Raffaella si trasformano in detective, sulla base di un labile indizio setacciano d'estate le spiagge della Liguria. Alla fine, come in una favola a lieto fine, la riconoscono. È il 31 luglio 2005, dal rapimento sono passati 9 anni e 7 mesi, Angela vive con una nuova famiglia, ma sogna sempre i vecchi genitori di cui non ricorda più nemmeno i lineamenti. Infatti, non si accorge di essere stata scoperta. Tocca a Francesco pedinarla per altri otto mesi. Poi, finalmente, il fratello si svela. E le racconta quel che nessuno le ha mai voluto dire: papà e mamma non hanno mai smesso di cercarla. Il 27 maggio 2006, Angela, ormai quasi maggiorenne, torna a casa. Ora, l'aspetta l'ultima battaglia: recuperare il cognome paterno.

 

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