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"La fabbrica dei divorzi" - il coraggioso e illuminante libro dell'avvocato Massimiliano Fiorin |
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sabato 20 settembre 2008 |
Dalla prefazione di Claudio Risè:
"Dopo quasi quarant'anni dall'introduzione della legge Fortuna-Baslini,
fino a che punto il divorzio ha trasformato la società italiana? Che ne
è rimasto del matrimonio tradizionale, e quali sono le prospettive
future della famiglia? E' anche per rispondere a queste domande che
questo libro descrive la realtà delle separazioni coniugali e
dell'affidamento dei figli, in Italia, nel primo decennio del XXI
secolo.
Si
tratta di elementi utili per un bilancio ormai non rinviabile. A
giudicare, infatti, dal numero enorme dei fatti di sangue connessi alla
disgregazione dei nuclei familiari, e dai malesseri gravi di cui
soffrono le persone coinvolte, a cominciare dai minori, il prezzo
pagato anno dopo anno per la conquista "civile" del divorzio è davvero
molto alto.
Nel frattempo, in tutto il mondo occidentale, la prima generazione che
ha conosciuto il divorzio di massa dei propri genitori è diventata
adulta. Chi ne fa parte tende a replicare la tendenza all'instabilità
familiare che ha conosciuto fin da bambino, o a evitare ogni forma di
unione riconosciuta, per non ripetere quell'esperienza traumatica.
Il fenomeno occidentale dello "sciopero matrimoniale", o marriage
strike, nasce proprio da questo stato d'animo. Le conseguenze di tutto
ciò sia sulla natalità sia sulle angosce dei figli circa la "tenuta"
della coppia genitoriale sono molto profonde, ed ancora difficili da
valutare pienamente.
Così come difficile da valutare è lo stesso futuro di quella che
appare, oggi, come una vera e propria società post-matrimoniale.
Nel frattempo, è necessario osservare il fenomeno in modo nuovo, senza
più i pregiudizi ideologici degli anni settanta del secolo scorso, che
invece sovrabbondano ancora. E' in quest'ottica (secondo lo stesso
autore
"politicamente scorretta"), che il libro intende verificare la
fondatezza dei luoghi comuni della società divorzista, partendo dal
consiglio evangelico secondo il quale è dalla bontà dei suoi frutti che
si riconosce la verità di una profezia.
Dal crollo demografico all'aumento dell'instabilità economica,
dall'impoverimento dei giovani fino al dilagare dei cosiddetti "oceani
di sofferenza", nelle pagine seguenti si cerca di squarciare il velo
sulle vere cause di questi fattori di crisi. Finendo col suggerire
l'idea che l'istituto del divorzio debba essere ripensato dalle
fondamenta, prima che la società occidentale ne venga travolta.
Il libro parte dunque dall'esame di ciò che avviene ogni giorno nei
Tribunali e negli studi degli avvocati, dove la "fabbrica dei divorzi"
si muove secondo una logica ferrea ed univoca, da catena di montaggio.
Dai fatti raccontati risulta con chiarezza quanto sia opportuno che
tutti gli operatori di questo settore - avvocati, magistrati e
consulenti - rivedano i loro modi di pensare e di agire.
In seguito, il discorso viene esteso all'intera cultura occidentale,
alla ricerca di come e dove tutto sia iniziato. Ne risulta,
soprattutto, che è il ritorno della figura del padre - segno di
autorità, di stabilità, di ordine (ma anche di autentico sguardo verso
il futuro) - ciò di cui la nostra società ha più profondamente bisogno.
Su un piano più strettamente giuridico, si tenta poi di rompere il tabù
dell'intangibilità della legge sul divorzio, indicando modelli come il
cosiddetto covenant marriage, sempre più diffuso negli Stati Uniti, per
riscoprire in essi il significato più profondo del matrimonio. Da tutto
ciò prende infine forma una sorta di decalogo ideale per gli operatori
del diritto, utile a tutti coloro che vogliono capire meglio le
conflittualità coniugali, con il quale affrontare il quotidiano in modo
diverso, mediante un'opzione più consapevole in favore della funzione
della famiglia.
L'autore del libro è un avvocato civilista. Pur conoscendo tutti gli
aspetti del fenomeno, egli tiene a rifiutare per se stesso l'etichetta
di "matrimonialista" o di "familiarista", proprio in quanto pensa che
la mentalità ristretta degli specialisti che si occupano del problema
dovrebbe essere profondamente rivista.
Il libro, tuttavia, non è destinata unicamente agli specialisti del
diritto ed agli operatori dei servizi sociali, né ai soli esperti di
psicologia della famiglia. Tutti coloro che nella loro vita sono
entrati in contatto con la "fabbrica dei divorzi", per esperienze
personali o di lavoro, potranno qui trovare un modo diverso di guardare
ad un fenomeno che, nonostante la sua imponenza e drammaticità, per
molti versi è ancora inesplorato.
Dai racconti e dalle argomentazioni del libro, appare chiaro che la
realtà del divorzio ancora oggi è coperta dalla nebbia dei pregiudizi
ideologici e dei luoghi comuni. Esattamente come l'iceberg al quale si
avvicinavano i passeggeri che ballavano sul ponte del Titanic".
Da "La Fabbrica dei Divorzi", pagg. 275-276:
" ... le situazioni di conflitto tra coniugi esistono da quando esiste
la famiglia. Cioè, dalla notte dei tempi, in ogni civiltà che sia mai
sorta su questa terra, senza alcuna eccezione. Nella nostra società
occidentale, così evoluta ed emancipata, oggi sarebbe possibile
affrontare questi conflitti con un grado di tutela per il coniuge più
debole che ancora cinquant'anni fa - quando ancora si discuteva
dell'esistenza di un "diritto di correzione" del marito nei confronti
della moglie - sarebbe stato inconcepibile. E invece, piuttosto che
cercare un modello di società che sappia garantire in modo più avanzato
l'alleanza naturale tra uomo e donna, l'Occidente divorzista ha
costruito un sistema che mette i due sessi l'uno contro l'altro,
esaltando le ragioni egoistiche di ciascuno.
In fondo, per chi sa osservare la realtà senza pregiudizi, basterebbe
un minimo di esperienza per capire che in definitiva la gente oggi
divorzia così facilmente soltanto perché può farlo. Sono ormai in
pochissimi quelli che riescono a farsi aiutare, in quanto abbiano
trovato qualcuno che abbia saputo indicare loro una diversa soluzione.
Peraltro, ai nostri giorni sono ancora meno - in una società dove ormai
da due generazioni un giovane su tre, e anche più, cresce assieme alla
sola madre - quelli che hanno ricevuto fin da piccoli un'educazione di
base sufficiente per saper fare famiglia, per quando nella vita
dovrebbe venire il proprio turno.
Così, i luoghi comuni... si sono trasformati - non solo per gli
interessati ma anche per i loro avvocati, e per tutti gli altri
operatori del sistema - nei criteri di fondo che tuttora rendono assai
prospera e apparentemente invincibile la fabbrica dei divorzi.
In sintesi, possiamo dire con certezza che la teoria del divorzio come
male minore, nella maggior parte dei casi, rappresenta solo un falso
pregiudizio per offrire un alibi alla coscienza di chi quel divorzio lo
vuole, così come delle altre persone che vengono coinvolte. Però è
proprio quel pregiudizio che attira milioni di persone e i loro figli
nel tritacarne divorzista. Il più delle volte, senza che alcuno di essi
riesca mai a incontrare, dall'inizio della crisi fino ai suoi esiti più
rovinosi, qualcuno che sia in grado di offrire in modo credibile
un'alternativa.
O almeno - come si diceva in precedenza - che sia in grado di dirgli
qualche "no", che poi è il principio di ogni percorso educativo.
Perché, alla fin fine, si tratta solo di un problema di educazione".
Da "La Fabbrica dei Divorzi", pag. 25:
"... Da pietosa esigenza per legalizzare situazioni eccezionali, nate
da matrimoni tragicamente sbagliati, il divorzio si è dunque
trasformato in un diritto insindacabile della persona. Un diritto che
l'autorità pubblica si sente tenuta a riconoscere e garantire - e
persino favorire - nel modo più ampio possibile. Nel nuovo sistema
giudiziario, "la famiglia, in definitiva, tende a porsi in funzione
della persona", ha riconosciuto Cesare Massimo Bianca, autore di un
trattato di diritto civile che risale agli anni '80 ed è considerato
tuttora tra i più autorevoli.
In quest'ottica, la "liberazione" dell'individuo dai legami familiari è
stata assecondata come un processo positivo. La visione di fondo è
diventata quella del primato dell'individuo, da liberare dalla
potenzialità oppressiva della famiglia tradizionale, vista come
espressione di un passato autoritario.
Se quasi cinquant'anni fa il giurista Arturo Carlo Jemolo, con
espressione che fece epoca, sosteneva che la famiglia è un'isola che il
mare del diritto dovrebbe solo lambire, oggi invece si può ipotizzare
che la prassi giuridica in tema di separazione coniugale, divorzio e
affidamento dei figli minori abbia invece contribuito non poco a
sommergerla".
Massimiliano Fiorin, LA FABBRICA DEI DIVORZI - Il diritto contro la
famiglia, Edizioni San Paolo, settembre 2008, ISBN 978-88-215-6313-3,
pag. 304, euro 18,00
L'intervista all'autore: l'avvocato Fiorin spiega
come il suo libro affronti e dimostri la tragica realta' di un sistema
socio-economico - quello giudiziario del "Diritto" di Famiglia, che
alimenta sé stesso generando il conflitto che poi si chiama a risolvere.
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