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Cosa è il nostro "Centro Studi"?

Il "Centro Studi" è formato da colleghi psicologi e medici uniti tra loro da un solo vincolo culturale e di colleganza professionale, e -fatto determinante- non uniti da alcun aspetto associativo formalizzatoQuello che ci unisce sono solo "conoscenze" da condividere e un'Etica con cui utilizzarle.

 

Le nostre aree di intervento sono:

- Assistenza, Consulenza, Terapia in corso di Mobbing Genitoriale;
 
- Assistenza, Consulenza, Terapia in corso di c.d. Sindrome di Alienazione Genitoriale;
 
- Partecipazione come Consulenti di Parte in corso di CTU per procedimenti di affido minori, problemi di potestà genitoriale, procedimenti penali emersi in corso di conflittualità da separazione e/o di Mobbing Genitoriale;
 
- Assistenza, Consulenza, stesura di Pareri Pro Veritate e/o consulenze Psichiatrico-Forensi e Medico Legali in corso di:
a) problematiche con i Servizi Sociali (in corso ad es. di "incontri protetti", "relazioni" degli stessi ai TdM, ecc.);
b) procedimenti dei Tribunali dei Minori in tema di rapporti familiari e/o esercizio della potestà genitoriale
 
- Consulenze Medico-Legali in caso di Danno Biologico da Malpratica Professionale dei Servizi Sociali e/o da Privazione dell'esercizio della Genitorialità

 

Dove trovarci:
 § - A Roma, in Piazza dei Re di Roma 3. Per appuntamento: 067017455 - 393.33.20.419
§ - A Milano, in Via Cimarosa n 13- – tel./fax. 02.39400897 - cell.3472583764
§ - A Reggio Emilia: via Che Guevara n 55 - tel. 347.2583764
Ricordiamo che il Centro e l'Osservatorio non offrono direttamente Consulenze Legali (siamo in collegamento con legali di nostra fiducia).
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Nel caso vogliate consultare l'Osservatorio Permanente contro gli Abusi Peritali  (in campo psicoforense), chiamate gli stessi numeri o inviate una e-mail a: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

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LA SINDROME DI ALIENAZIONE GENITORIALE E LE PROBLEMATICHE SEPARATIVE PDF Stampa E-mail
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martedì 02 novembre 2010

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA SINDROME DI ALIENAZIONE GENITORIALE E LE

PROBLEMATICHE SEPARATIVE

Su Psychomedia.it, nell'Area "Disagio Familiare, Separazione e Affido dei Minori" è comparso un nuovo articolo sulla Alienazione Genitoriale, che si aggiunge ai già presenti sul tema in detta area (clicca qui per andare all'Area in questione). 

L'articolo, del quale vi diamo qui le prime sette pagine, si intitola "LA SINDROME DI ALIENAZIONE GENITORIALE E LE PROBLEMATICHE SEPARATIVE"  

 

"LA SINDROME DI ALIENAZIONE GENITORIALE E LE PROBLEMATICHE SEPARATIVE"

-Gaetano GIORDANO

Medico-chirurgo,specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni, Psicoterapeuta,Presidente del Centro Studi Separazioni e Affido Minori


-Vittorio VEZZETTI

Medico-chirurgo,specialista in Pediatria, ResponsabileScientifico dell'Associazione Nazionale Familiaristi Italiani, Responsabile Scientifico dell'Associazione ADIANTUM.


La Sindrome di Alienazione Genitoriale (Parental Alienation Syndrome oPas) viene definita da colui che la individuò come una sindrome(cioe’ una associazione di segni e sintomi). Una sindrome di cui,in fondo, si era avuta da sempre la più che impalpabile percezione specie, ma non solo, nelle cause di affidamento.

Fu nel 1985 che Richard Gardner-1-, neuropsichiatra infantile e psicanalista statunitense (FOTO) la categorizzò formalmente.

In Italia e’ stata introdotta dal prof. Gulotta (2),ordinario di psicologia forense dell’Universita’ di Torino.

Poco importa che, attualmente, essa non sia ancora inserita nel DSM: alcuni contestano che essa abbia formalmente una autonoma dignità nosografica e preferirebbero vederla come disturbo relazionale genitore-bambino; è in corso comunque una accesa discussioneall’interno dell’American Association Psychiatry sul se e come inserirla nella prossima edizione.

Nella maggior parte dei Tribunali dei paesi europei essa, al di là disiffatte distinzioni formali e non sostanziali, è infatti accettatae considerata una situazione gravemente pregiudizievole al pari –peresempio-dello stalking, del plagio o, paragone ancora piùcalzante, del mobbing, sia esso lavorativo, "condominiale",o genitoriale. Tutte situazioni della cui esistenza nessuno discutema che non fanno, evidentemente, parte del DSM.

Come sappiamo il mobbing consiste in un “rendere la vita impossibile all’altro” e pertanto, una tale situazione non infrequentementesi riscontra nei casi di separazione e divorzio.

Secondo G. Giordano, il mobbing genitoriale “constadell’adozione da parte di un genitore, separato o in via diseparazione dall’altro genitore, di comportamenti aggressivi preordinati e/o comunque finalizzati ad impedire all’altrogenitore, attraverso il terrore psicologico, l’umiliazione e ildiscredito familiari, sociali, legali, l’esercizio della propriagenitorialità, svilendo e/o distruggendo la sua relazione con ifigli, impedendogli di esprimerla socialmente e legalmente,intromettendosi nella sua vita privata”.(3)

Tra le categorie che servono per discriminare il mobbing familiare dueappartengono all’estrinsecazione della propria genitorialità:

1-Mobbizzazione della relazione genitore-figlio;

2-Mobbizzazione dell’esprimersi sociale e legale della genitorialità;

Le azioni poste in essere sono quindi: sabotaggi delle frequentazionicon il figlio, esclusione dai processi decisionali che riguardano ilminore (tipo scuola, visite mediche etc.,) minacce, campagna didenigrazione e delegittimazione familiare e sociale, mettere in girovoci diffamatorie sul conto del genitore mobbizzato, farlo oggetto didenunce e aggressioni legali varie etc. (4)

In qualche modo possiamo dunque dire che il mobbing genitoriale èl’anticamera per lo sviluppo della PAS od ancora che la PAS sia ilgrado estremo della realizzazione del mobbing genitoriale.

Punto fondamentale per la definizione di PAS è che essa insorgetipicamente, sia pure non esclusivamente, nell'ambito di uncontenzioso giudiziario per l'affido dei minori e, comunque, a quantoci risulta, in tutti quei contesti nei quali emergano rapporti diconflitto tra persone (per esempio di culture diverse) in relazione all'educazione e all'accudimento di un minore.

 

 

ILCONTENZIOSO GIUDIZIARIO: UN CONTESTO ALIENANTE LA GENITORIALITA'?

E' necessario sottolineare, prima di affrontare il punto in questione,le radici per così dire etologiche del problema.

Il "mobbing" è una modalità comportamentale in atto congrande frequenza nel mondo animale; studiata dapprima in etologia (enon nel mondo del lavoro, come a volte erroneamente si sostiene)rappresenta sempre un comportamento di tutela della prole, o delle uova fecondate, e si verifica esclusivamente in presenza di uova fecondate o di prole.

E' dunque dimostrato, come sostiene l'etologo Allock, che "Saggiando formalmente tutta una serie di alternative, Shield fornì una dimostrazione ancora più evidente che, nelle rondini, i genitori che manifestano attività di mobbing proteggono con essa i propri piccolie le proprie uova, e che in questo risiede il valore adattivo di talecomportamento attivo”(Alcock, 2000) (vedi appendice): il “mobbing” cioè, è una sorta di situazione ottimale che favorisce negli individui la trasmissionedei propri geni. Negli animali, è dunque un "programma comportamentale" destinato alla tutela e alla propagazione dellapropria specie.

Il fatto che esista un gran numero di specie animali nel quale èprogrammato un comportamento di protezione della prole dall'estraneo,e che questo comportamento consista del tentativo di allontanarel'intruso allorché questi si avvicina alla propria prole, lascia quantomeno ipotizzare che lo stessocomportamento si attivi anchenella specie umana quando viene messa in forse la possibilità diaccudire la propria prole.

Il contesto più frequente in cui ciò accade è quando una coppia i cuipartner sono in conflitto, delega ad una entità terza ed estranea adentrambi, qual è il giudice della separazione, le regole di gestionee accudimento dei figli.

In tal caso, un sistema di regole, estraneo per definizione alla coppia,va a sovrapporsi – e potenzialmente a distorcere, per via della sua natura normativa o performante - la capacità della coppia di percepirsi come una coppia che, appunto in quanto tale, ha sino a quel momento identificato in sé il nucleo che definisce le regoleper l'accudimento della prole. (5) Detto in altri termini, la coppiapossiede – come ogni sistema che si autodefinisce – una capacitàautoreferenziale e autopoietica.

Sulla base della nostra esperienza clinica, nel passaggio che avviene daconflittualità familiare a conflittualità giudiziaria, si produce invece un "salto" irreversibile che distrugge la"autopoieticità" della diade genitoriale, cioè lacapacità della coppia di definirsi tale sulla base di regoledefinite da sè stessa.

Ciò avviene -specificatamente- a causa dell'irruzione nel"sistema-coppia", delle metaregole del procedimentogiudiziario, in base alle quali i due genitori sono trasformati da"partner" che, in un modo o nell'altro, condividono stabilità e fini operativi nell'accudimento della prole, a"contendenti" di un conflitto, quello giudiziario, dunquesocialmente molto più prescrittivo di quanto non siano le loro determinazioni.

A tale prospettiva, si oppone di solito l'argomentazione che, esistendo la separazione consensuale, in realtà il sistema giudiziario non offre solo la strada obbligata del conflitto tra due contendenti.L'obiezione, apparentemente in sé valida, è tale se si prende in esame solo la coppia in quanto coppia, solo cioè se si segmenta il campo dell'osservazione (e dell'osservatore) all'interno della coppia. Che invece è immersa in un sistema sociale di cui raccoglie stimoli e influenze.

Ilfatto che esista la possibilità di una separazione “consensuale”,non è infatti dato in sé sufficiente a generare una nuova stabilitànella coppia genitoriale, e dunque a far percepire come vantaggiosoper entrambi un accordo.

La possibilità di scegliere la “separazione consensuale”, infatti,è una scelta alternativa interna al sistema sociogiudiziario, nel quale i due partner sono già di per sé definiti come duecontendenti separati per quanto riguarda diritti e vantaggi rispetto ai quali – se vogliono, ma soprattutto se conviene loro- possonotrovare un accordo.

Detto in altri termini, tutti i “segnacontesto” che accompagnano la separazione consensuale sono segnacontesto di un percorso conflittivo nel quale la posta in gioco è nell'alternativa tra vittoria esconfitta. Non a caso, i due partner possono farsi seguire da due legali differenti, la cui deontologia è garantire al proprio clienteil massimo del vantaggio possibile, e non a caso il confronto tra idue legali è in massima parte orientato a stabilire “cosa spetta a chi”.

Dettoin altri termini, non è possibile presentare la “separazioneconsensuale” come un “possibile” percorso mediativo, proprioperché è lapalissiano che, se lo fosse, avrebbe tutt'altreconnotazioni e modalità operative: sarebbead esempio svolta da unsolo professionista e avrebbe un “setting” orientato non aesplorare diritti e vantaggi ma modalità di operare con fiducianell'interesse del minore.

La separazione consensuale è dunque in realtà percettivamente intesa come un inizio di conflitto o, comunque, come un'esperienza nella quale si ricerca il vantaggio personale e l'esazione del diritto personale rispetto al vantaggio della coppia in quanto tale: induce cioè facilmente la percezione che sia meglio una scelta di sub-ottimizzazione personale rispetto a una di ottimizzazione del sistema-coppia in quanto tale: “Sebbene la tipologia di procedimento più comunemente scelta dai coniugi italiani sia quella consensuale (85,5% nel 2005) ciò non significa che  siano assenti le conflittualità tra loro che, anzi, sipresentano molto aspre soprattutto nei periodi (mesi o anche anni) più a ridosso della separazione. Ad esempio, non sempre una causa di separazione o divorzio termina con lo stesso rito con cui è iniziata: nel 2005 ciò ha riguardato il 12,6% delle separazioni e il7,1% dei divorzi (Tab. 5). In linea di massima se il procedimento di separazione si apre con rito giudiziale, nel 46,2% dei casi termina con rito consensuale per un significativo abbassamento del conflitto tra i coniugi; molto poco frequente invece è il caso contrario, cioè un procedimento che inizia con rito consensuale e termina in giudizio.”(6).

Dal nostro punto di vista, abbiamo solo da obiettare che nonnecessariamente il passaggio dal rito giudiziale al rito consensuale sia dovuto ad un abbassamento della conflittualità: nella nostraesperienza clinica, tale passaggio è spesso dovuto proprio alcontrario, e cioèalla constatazione che la durata del procedimento, i suoi costi, l'esito – sempre prevedibilmente orientato a concedere l'affido o la collocazione presso la madre, con modalità di frequentazione facilmente prevedibili – fanno retrocedere la conflittualità giudiziaria a prassi apparentemente consensuale, ma di norma foriera di ulteriori conflittualità, dal momento che una parte percepirà comunque la “consensuale” come una vittoria da cui poter cominciare ad approfittare, e un'altra come un necessario ma penalizzante ripiego rispetto ai propri desideri.

Non è dunque un caso, come è esperienza di chi opera nel settore, che una separazione consensuale non garantisce affatto una riduzione della conflittualità. Quando ciò accade, è – nella maggior partedei casi – il frutto di un lento detendersi della conflittività tra due coniugi ormai separati da tempo. In molti casi, invece, la firma di una separazione consensuale è il primo gradino di un innesco verso conflittualità sempre più esplosive, proprio perchégli accordi raggiunti vengono percepiti come vessatori da una parte e garanzia di potere dall'altro.

In sintesi, la separazione consensuale è già un'esperienza induttiva di conflitto, e bisognerebbe disporre di altri strumenti di intervento sociale nelle coppie che vogliono separarsi: la possibilità di trasformarsi in contendenti che possono ottenere vantaggi da un conflitto induce molto facilmente ad allontanarsi da uno spirito collaborativo.

Per lavorare a un processo di ottimizzazione dei risultati delsistema-coppia, nel quale si cerchi cioèil vantaggio della coppiae non del singolo, è necessario infatti che la metaregola sia lafiducia dell'uno nell'altro. Ma una coppia in via di separazione èun contesto nel quale la fiducia di un partner nell'altro è ormaideteriorata a livelli inaccettabili.

Detto in altri termini ancora, una coppia che si avvia in un processo di separazione si trova esattamente nella posizione, psicologica, diquella in cui si trovano i prigionieri del famoso "dilemma deiprigionieri": i muri che separano gli ex coniugi sono affettivi,cognitivi, psicopatologici, e dunque ognuno dei partner è facilmenteindotto a privilegiare una soluzione che gli garantisca il massimovantaggio personale perché non può "comunicare" né"fidarsi" dell'altro (a causa delle proprie barrierepsicologiche).

La nostra cultura, di fatto fondata sulla tutela del "vero"rispetto al "falso", dunque sulla ricerca della "ragione"rispetto al "torto", nonché sulla individuazione del"diritto" del singolo (prevalente sul "non-diritto"di un altro singolo), non riesce a concepire che una relazionegenitoriale genera un "tertium non datur" - il figlio –la cui tutela si dissolve se alla gestione della conflittualità genitoriale viene applicato un sistema che rispecchi questi valori, fondamentalmente destinati a separare invece di unire.

Non è un caso, d'altra parte, che la nuova legge sull'affido condiviso risulti, a detta di molti esperti, applicata solo formalmente ma non in modo sostanziale: il diritto matrimoniale e minorile non è fondato su premesse in grado di  concepire come soggetto di tutela la“relazione genitoriale” in quanto tale.

Nelprocedimento giudiziario (del quale, come detto, fa parte anche la separazione consensuale), si attua dunque una “separazione” che rende i due partner contendenti in un processo nel quale la vittoria dell'uno determina la sconfitta dell'altro e, conseguentemente, la garanzia di ottenere non solo la gestione della prole, ma anche i vantaggi ad  essa connessi (assegno di mantenimento, abitazione,organizzazione della propria vita quotidiana e non secondo le proprieaspettative, ecc.).

Uncontesto del genere può generare di fatto solo un percorso ricorsivamente conflittuale, nel quale, - cioè- ad ogni “mossa”dell'uno può solo seguire una mossa dell'altro di livello conflittuale ancora più elevato: mosse sempre più tese all'estromissione dell'altro dalla vita del figlio.

Questo implica di necessità che il procedimento giudiziario di separazione,così come è impostato attualmente, è di per sé un contesto alienante la genitorialità: spinge infatti entrambi i partner a percepire l'emarginazione e/o l'esclusionedell'altro dalla vita delfiglio come un proprio vantaggio e una propria sicurezza.

Daquesto punto di vista, si può dunque considerare il contenzioso giudiziario come un processo di alienazione della genitorialità in quanto tale, perché inquadra l'esperienza della genitorialità come un confronto di diritti e non come un sistema con regole terze rispetto agli individui (i genitori) che lo compongono.

Si può dunque tranquillamente affermare che la PAS (e tutti i tentativi di mobbizzazione e alienazione della prole all'ex partner) altro non sono che la deriva patologica di un istinto di accudimento dellaprole che emerge in un partner che non vuole (e/o non può) più considerare la genitorialità come comportamento condiviso perché il nostro sistema sociogiudiziario gli offre, per gestire la propria genitorialità, un percorso conflittivo basato sul prevalere di vantaggi e diritti, e non sulla tutela della relazione in quanto tale.

Vero è che vi sono casi di alienazione genitoriale che non insorgono nell'ambito di conflittualità giudiziaria, ma sono casi che emergono sempre da contesti che hanno in comune, col percorso giudiziario, la capacità di considerare i genitori come separati fra loro se non uniti da regole proprie e autoreferenziali. Un esempio di problemi del genere è nei casi di alienazione genitoriale su base religiosa, neiquali la componente fideistica e religiosa dà ad uno dei genitore l'accredito di genitore più adeguato perché seguace di una certaidea.

Nella maggior parte dei casi, comunque, il meccanismo alienante che contrappone le prospettive di due individui che formano una coppia genitoriale è quello giudiziario, perché è il percorso che più frequentemente nella nostra società (a tutt'oggi) crea la percezione del vantaggio edella maggior adeguatezza dell'uno rispetto all'altro.

 Se dunque la PAS e le prassi mobbizzanti sono evenienze innescate dal percorso giudiziario conflittivo, com'è che una delle obiezioni più rappresentate nei dibattiti sulla conflittualità genitoriale da separazione è che vi sono innumerevoli casi nei quali il genitore non affidatario scompare dalla vita dei propri figli in modovolontario, cioè disinteressandosi completamente dei propri figli?.

La domanda nasce a nostro avviso da una illusione di alternative, che ha le sue premesse nel contesto osservato.

Se noi poniamo infatti al centro dell'osservazione l'accudimento genitoriale, abbiamo che in entrambi i casi la costante è la stessa:i genitori sono in conflitto perché uno dei due lamenta la rarefazione dei rapporti con il figlio da parte di uno dei due. Apparentemente si tratta di situazioni opposte; in realtà si tratta,e questo nella nostra esperienza clinica è empiricamente di facile osservazione, di due effetti opposti della stessa causa: la valenza alienante presente nel percorso giudiziario di gestione della separazione coniugale.

Per comprendere la quale occorre ritornare alla interpretazione etologica del problema. Ricordando che nel mondo animale non occuparsi della prole significa ignorarla come prole, e considerarla cioè totalmente estranea a sé stessi. Di norma, il percorso giudiziario, consensuale o giudiziale che sia, tende a rarefare grandemente, e gravemente, i tempi di frequentazione fra genitore non affidatario (o noncollocatario) e figli.

Al genitore non affidatario, di norma, è permesso di incontrare il proprio figlio uno o due pomeriggi a settimana e due week-end al mese(e, per età più infantili, si può arrivare a non poter nemmenopernottare con i propri figli).

E' evidente che tali modalità di rapportodisincentivano fortemente la spinta ad occuparsi dellaprole, anche perché la qualità della relazione si abbassa notevolmente: il tempo è poco, si può assolvere con estrema difficoltà una posizione che non sia “ludica” ma educativa, si possono prendere di fatto poche o nulle decisioni, vi è una premessa“schizoide” circa la quotidianità casalinga del bambino: la casa in cui vive è data al genitore collocatario o affidatario, per garantire al piccolo continuità di abitudini, ma al genitoreaffidatario o collocatario è permesso affittarla o abitare altrove senza perder l'affido o la collocazione del figlio; al genitore non affidatario non è permesso invece entrare in quella abitazionenemmeno se il piccolo sta male e non può uscire.

Ne risulta dunque che, ad un livello, il bambino deve abitare in quell'appartamento per avere una continuità nella propria vita, ma l'abitare in quell'appartamento non gli dà nessuna garanzia né di continuità né di legame con le figure genitoriali.

La rarefazione dei rapporti, la scomparsa di una significativa presenza dalla vita dei figli, l'essere esclusi dalle decisioni determinanti, la modalità "schizoide" con cui è gestita la problematica abitativa, apparentemente legata ai bisogni del figlio negati però qualora avesse bisogno di una vicinanza col genitore non affidatario(ad es., in caso di malattia) facilitano grandemente il disinteresse(più o meno completo) del genitore non convivente verso l'accudimento della prole, qualora sia poco motivato a esprimere lapropria genitorialità.

E'possibile che tale tendenza sia stata, fino a pochi anni fa, l'espressione di una tendenza ancheculturale, che vedeva nel genitore maschio un non-genitore o comunqueun genitore meno portato ad accudire i figli sino all'adolescenza, ma sicuramente è la dimostrazione che la gestione giudiziaria delle separazioni opera creando un contesto nel quale i “segnacontesto” legati alla genitorialità ne indicano un ruolo secondario e svilito per il genitore non convivente.

Detto anche in altri termini, la separazione giudiziaria o ha un effetto deresponsabilizzante sul genitore che viene escluso dalla gestione del figlio, e opera esasperandone la tendenza al distacco e alla irresponsabilità, o, alcontrario, spinge alla conflittualità peril possesso del minore. In entrambi I casi ciò è dovuto allacapacità alienante del percorso giudiziario, che ha la capacità di distruggere la autopoieticità della coppia in quanto tale. 

....

 

Si può proseguire la lettura dell'articolo, per motivi di copyright, su PSYCHOMEDIA  a questo indirizzo: http://www.psychomedia.it/pm/grpind/separ/giordano4.pdf

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