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Il corpo mio me lo gestisco io: note sulla questione dell'aborto come diritto della donna |
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luned́ 07 aprile 2008 |
Verso
un'etica della autonomia del vivente, oltre la tutela del solo essere
vivente "indipendente".
Il
primo punto fondamentale della questione “aborto” è che
l'ideologia femminista assume come "corpo delle donne"
quello che NON E' PIU' corpo delle donne, ma è l'embrione in
via di sviluppo, cioè un sistema di vita che ha una capacità
autoreferenziale di definire il proprio destino e la propria
crescita, e che si autodefinirà come corpo irreversibilmente
diverso da quella del corpo della donna.
Quello
che sta nascendo NON E' una nuova parte del corpo della donna, ma un
corpo che non è più, nemmeno in utero, quella donna. Il
diritto all'aborto viola questa autoreferenzialità
dell'embrione, dotato in tal senso di una propria “autonomia”,
cioè della capcità di definire sé stesso da sé
stesso, sia pure con una dipendenza “diversa” rispetto al vivente
già fuoriuscito dal corpo del materno (il quale a ben vedere è
altrettanto dipendente da altre regole di esistenza – aria, cibo,
integrità fisica, ecc.- , ma non per questo eliminabile da
estranei).
D'altra
parte, tale identificazione del corpo e della vita altrui (quelli
dell'embrione) come proprio, e tale attribuire alla Madre il diritto
di tenere in vita o portare a morte questa autoreferenzialità
di vita che è l'embrione, tipico della figura della Madre
Divoratrice (il riferimento è a Jung), e a mio avviso
costituisce una illegittima attribuzione di un diritto che una donna
non ha più. Il diritto di disporre del proprio corpo si ferma
al momento del concepimento, quando la donna ha ancora la possibilità
di disporre del (e solo del) proprio corpo.
Il
secondo punto fondamentale della questione, infatti, è che
l'ideologia femminista posticipa il momento della libertà di
scelta della al dopo fecondazione, e non la delimita entro il
concepimento, momento nel quale nulla vieta alla donna di disporre
del proprio corpo (salvo i casi di violenza sessuale) in modo
totalmente libero e autonomo, e onde non generare nessun embrione.
Detto
in altri termini, questo espediente per così dire cronologico,
che posticipa la libertà di scelta al dopo concepimento, serve
a prolungare un diritto di scelta che la donna ha comunque, che
nessuno vuol toccare, ma che è limitato per e dalla natura al
momento del concepimento. Non è questa una nuova riedizione
del "l'hai voluto fare e ora te ne sconti le conseguenze",
ma la legittima idea che la libertà di scelta di ogni
individuo non può che fermarsi di fronte a ciò che
ormai è – sia pure con modi e tempi di sviluppo
assolutamente
propri
– irrimediabilmente altro sistema vitale, con una propria
autoreferenzialità di organizzazione e crescita.
Non
si vede dunque perché l'ideologia femminista voglia prolungare
questo potere della donna oltre questo confine, entro il quale la
scelta è solo della donna e per la donna, prolungandola cioè
fino a farla divenire una possibilità di disporre di una vita
ormai destinata a essere vita autonoma.
Il
terzo punto della questione è perché il momento
dell'intervento maschile debba essere limitato alla decisione di
avere o no un rapporto sessuale potenzialmente fecondante, e non
poter più intervenire poi sul prodotto di tale rapporto, che
ha concorso in egual misura della donna a determinare.
Detto
in altri termini, è ora di passare dallo slogan “Il corpo è
mio e me lo gestisco io”, a quello “Il corpo mio me lo gestisco
io”, nella quale il limite alla autonomia di un individuo è
dato appunto dalla autonomia di un altro “individuo”, laddove con
il termine “autonomia”, desunto dalla definizione che ne diede
Heinz von Foerster di “regolazione della propria regolazione”,
si indica la capacità di un sistema vivente di definire sé
stesso secondo le regole di sé stesso, e nella
L'idea
che vada tutelato solo l'essere vivente capace di indipendenza e non
quello capace di autonomia apre infatti scenari da incubo per la
nostra società.
E'
evidente infatti che il concetto di "indipendenza" - sul
quale si fonda la pretesa identità fra corpo della donna e
corpo dell'embrione, da cui si fa poi scaturire il diritto all'aborto
- è in realtà frutto delle prospettive
dell'osservatore, che definisce come "indipendente"
l'essere vivente dotato di caratteristiche simili alle sue.
In
realtà il vivente è appunto sempre "dipendente"
da qualche altra cosa (aria, cibo, integrità fisica) e
l'embrione è dipendente solo in modo differente dal vivente
che invece è posto fuori dall'utero (l'embrione ha cioè
solo altre regole di dipendenza per il proprio sostentamento. L'aria,
il cibo, l'ambiente di sviluppo, gli devono essere fornitio in modo
diverso da quelli di un adulto).
Per
autonomia intendo invece un concetto desunto da Heinz von Foerster,
secondo il quale l' “autonomia” è la capacità di un
sistema vivente di dettare da sè le proprie regole del proprio
autocostituirsi come sistema vivente: una “regolazione della
propria regolazione”.
E
l'embrione ha in sé ogni autonomia, perché capace di
autodefinirsi come organismo assolutamente
altro
rispetto all'organismo della donna.
Se
dunque facciamo salvo che la dipendenza (che a noi appare “totale”)
dell'embrione dalla madre, è solamente "diversa" ma
non inferiore alla dipendenza degli adulti umani da altre categoprie
e regole del vivere, si ha che l'embrione è identico
all'adulto, ma solo dotato di una dipendenza dal corpo della donna
che ce lo fa apparire - ma non essere - parte di quel corpo.
D'altra
parte, se non si rispetta il concetto di "autonomia del vivente"
per definire i limiti del rispetto dovuto ai viventi, e si accetta
come solo punto cardine il concetto di "indipendenza", si
aprono per il genere umano scenari da incubo, appunto, nei quali è
possibile eradicare tutti coloro che non hanno come badare a sé
stessi.
Gaetano
Giordano
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