La storia, scritta da lei stessa, della bambina portata via alla famiglia perché "abusata" dal padre: di abusi però mai commessi. Ma a cui troppa gente - professionisti del settore - voleva per forza credere.
Al punto da "convincere" la bambina (di sei anni) a confessare promettendole di farle rivedere mamma e fratello.
Una storia che fa accapponare la pelle.
Con l'Italia condannata a Strasburgo e due genitori che non si sono mai dati per vinti.
E un sistema di "tutela del minore" che esce moralmente a pezzi.
Rapita dalla giustizia. Come ho trovato la mia famiglia.
dal SITO della RIZZOLI:
Angela è una
ragazza come tante. Ha vent'anni, lunghi capelli neri, una famiglia che
l'adora, una vita serena e un futuro che l'aspetta. Tutte cose che
siamo abituati a dare per scontate, ma che fino a pochi anni fa per lei
erano solo un sogno, un ricordo che il tempo aveva nascosto nelle
pieghe di un assurdo errore giudiziario. Tutto comincia il 24 novembre
1995, quando un'assistente sociale e due carabinieri si presentano alla
scuola elementare di Masate, un piccolo centro del milanese. Angela
viene prelevata senza capire che sta succedendo. Ha solo sei anni e non
può sapere che questo sarà l'inizio della sua terribile storia. Da quel
giorno, la sua vita sarà un calvario di orfanotrofi e interrogatori,
esami e test psicologici continui per strapparle di bocca un'orribile
verità: il Tribunale dei minori è convinto che suo padre Salvatore
abbia abusato di lei. Sua cugina Antonella, anche lei minorenne,
avrebbe già confessato tutto. Ma per la piccola Angela quell'orribile
verità non è altro che una spudorata menzogna, il frutto di una mente
turbata: suo padre le vuole bene, lei lo sa. È ancora una bambina, ma
ha già capito di essere finita in un mondo alla rovescia: gli uomini e
le donne della Giustizia sono diventati i suoi nemici, non sono lì per
aiutarla, ma per strapparle la sua identità. Niente più capelli lunghi,
via perfino il suo cognome che è l'ultimo legame con i suoi affetti,
quelle stesse persone che il tempo sta trasformando in ricordi sempre
più sfumati.
dal blog GIUSTIZIA INTELLIGENTE:
Della storia di Angela L. e del padre Salvatore, ingiustamente separati per 11 anni in ragione di una falsa accusa di pedofilia. Ne abbiamo già parlato ne "Il vero caso di Angela è aperto".
Con dedica al PM Pietro Forno, alla dott.ssa Luisa Della Rosa ed al fantasma "Pisello".
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Anche in questa storia, si distinsero in negativo gli assistenti sociali milanesi.
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«L'assistente
sociale mi aveva promesso che, se le avessi dato ragione, avrei potuto
rivedere i miei genitori e mio fratello Marco».
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«Ero piccola, ma ricordo che l’assistente
sociale mi diceva che se confermavo certe cose sul papà avrei rivisto
la mamma. Una volta sbottai: “Così non vale”».
Una
brutta faccenda di prove mancanti e di solerti professionisti dello
stato che non si fanno scrupoli di minacciare e ricattare per produrle.
Una faccenda che assomiglia molto al più recente caso dei due fratelli di Basiglio,
frettolosamente allontanati dal servizio sociale per un sospetto di
abuso sessuale altrettanto infondato. Solo che stavolta sono poi stati incriminati proprio gli psicologi e gli assistenti sociali.
Da
tempo sono numerosi coloro che si dichiarano perplessi sull'eccesso di
potere conferito ai servizi sociali (spesso senza un adeguato controllo
da parte della magistratura minorile) e sulla spregiudicatezza e
l'illogicità a senso unico con cui alcuni operatori sociali lo
esercitano.
Ma attenzione a non dirlo, occhio a criticare gli assistenti sociali milanesi. Pare che siano molto permalosi.
Ugo
Vedi anche:
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sulla storia di Angela L. "Tuo papà è pedofilo" (da Leggo online, ove scopriamo anche che nell’ottobre scorso la Corte dei Diritti dell’Uomo ha condannato lo Stato italiano a risarcire Angela)
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Storia (a lieto fine) di Angela, rapita dalla giustizia
Angela ha 19 anni e due genitori che adora. Ricambiata. Vivono sotto lo
stesso tetto, in una bella villetta gialla alle porte di Milano. Angela
vuole aprire un negozio di abbigliamento, guarda i programmi di Maria
De Filippi e non le dispiacerebbe sedersi nel suo salotto televisivo.
I genitori, Salvatore, piccolo imprenditore edile calabrese, e
Raffaella la coccolano con gli occhi e le hanno fatto fare un
calendario (castissimo) che è appeso in sala. Ma questa famiglia
nasconde un segreto. Quando aprono le loro carte di identità scopri che
i tre hanno cognomi diversi. È la cicatrice lasciata da un’odissea
durata oltre 12 anni, dal maggio 1994 al dicembre 2006. Perché la
burocrazia in Italia va più lenta della ragione e, persino, del buon
senso.
«Lo Stato mi ha rubato l’infanzia e l’adolescenza. E ora non mi vuole
restituire neppure il mio vecchio cognome» si lamenta Angela. Nel 1995
è stata «rapita» da un magistrato zelante che ha ritenuto di salvarla
dagli abusi del padre. Peccato che 6 anni dopo la Cassazione abbia
sentenziato che quelle violenze non sono mai avvenute. Ma ormai la vita
della famiglia L. era distrutta. Centoventisei mesi dopo Angela è
tornata a casa. E ora, dopo essersi goduta un po’ di serenità, ha
accettato di raccontare la sua storia.
L’inferno inizia quando una ragazza di 14 anni, Antonella M., denuncia
per abusi il fratello. La famiglia è scettica e allora lei,
particolarmente fragile (finirà in un ospedale psichiatrico), chiama in
causa altri parenti, persino uno zio d’America che nei giorni dei
presunti incontri risulterà oltreoceano. Racconta di orchi e di orge.
Il pubblico ministero Pietro Forno annota e aggiunge nomi sul registro
degli indagati. Tra le persone che dubitano della versione di Antonella
c’è suo cugino, Salvatore L., che finisce sul banco degli imputati.
Avrebbe violentato sia Antonella sia sua figlia Angela. L’accusa crede
alla giovane, anche se è ancora vergine.
E così, il 24 novembre 1995, due carabinieri, come nella favola di
Pinocchio, insieme con un’assistente sociale, prelevano Angela a
scuola. «Devi venire con noi» le dicono. Quindi la portano via dal
padre, ma anche dalla madre. Cominciano a questo punto le vite
parallele di Angela e della sua famiglia, che non si incroceranno più,
sino al 2005.
Dei primi giorni di separazione la ragazza, oggi, ricorda la vetrata
nel centro di assistenza familiare, un parente dall’altra parte, lei
che cerca di raggiungerlo. E poi tante persone, forse dieci, che la
placcano, la riportano dentro. Ricorda le notti passate a piangere, le
punizioni, le serate con la faccia rivolta all’angolo della camerata.
«Non dimentico gli schiaffoni della signora Virgilia. Per castigarci ci
faceva fare 100 piegamenti sulle gambe». A bambini di 6-7 anni… «Là
dentro mi dicevano che la mia famiglia mi aveva abbandonata, che mi
dovevo rassegnare».
Un giorno Angela con cinque compagne organizza un’evasione, ma sei
bambine che girano da sole per la città non passano inosservate. E
rifiniscono dentro.
Durante le indagini la bambina può vedere solo la cugina Antonella,
testimone come lei. «Gli operatori del centro mi assicuravano che era
l’unica che mi voleva bene». I giudici d’appello, 4 anni dopo, annotano
che Angela potrebbe essere stata «influenzata» da quegli incontri. La
ragazzina, nelle stesse settimane, subisce molte altre pressioni.
«Ero piccola, ma ricordo che l’assistente sociale mi diceva che se
confermavo certe cose sul papà avrei rivisto la mamma. Una volta
sbottai: “Così non vale”». La verità è che Angela non conosce il
significato della parola abuso, si limita a ripetere che il padre l’ha
trattata male, per poter tornare tra le braccia materne.
Secondo l’accusa, le prove sarebbero almeno due: una testimonianza
videoregistrata che, durante il processo, va perduta e i fantasmi
disegnati dalla bambina. Per gli strizzacervelli, un simbolo fallico.
I periti del giudice nel processo d’appello sono durissimi: gli schizzi
fatti dopo gli incontri con la psicologa non «rappresentano in alcun
modo una spontanea e libera espressione figurativa». Una poliziotta
appunta: «La bambina vuole disegnare tante bambole e la verbalizzante
la invita a smettere. La verbalizzante le chiede di disegnare i letti…
le bambole non mi interessano, mi interessano i letti e i fantasmi».
Nel 1997 la corte d’appello infine assolve Salvatore, sottolineando gli
errori di consulenti e inquirenti. Sbagli che hanno trasformato in un
incubo la vita di una famiglia unita.
Salvatore è quello a cui è toccata l’esperienza peggiore: 2 anni e 4
mesi in carcere, nel girone degli infami, accusato di incesto e
pedofilia. «Stavo in una cella con tre albanesi, un marocchino e
moltissimi scarafaggi» ricorda. Un giorno prende carta e penna e scrive
all’avvocato Guido Bomparola: «Oltre all’accusa, io ho il pensiero
quotidiano di mia figlia piccola allontanata dalla mamma (…), di un
ragazzo che si trova tutti i giorni a convivere con l’idea di un padre
che sta a San Vittore. (…) Non sai quante volte ho la tentazione di
farla finita. Sembra assurdo, ma se ti uccidi ti ascoltano. (…) Allora
a tutti quanti viene il dubbio che il mostro poteva essere innocente».
Ma Salvatore resiste. Organizza una piccola cooperativa per fare lo
spesino per i detenuti più poveri e, da bravo muratore, ristruttura
tutte le celle del piano e nella sua costruisce una nicchia in cui
mette una madonnina luminosa.
La moglie non sta meglio: «Il momento più brutto della mia vita è stato
quando sono andata alla fermata dello scuolabus e non ho trovato mia
figlia». I primi mesi, per la vergogna e l’assurdità della vicenda, non
esce di casa, quindi tira fuori la rabbia che ha dentro e reagisce:
«Avevo un figlio da crescere, ho iniziato a lavorare nella tintoria di
mia sorella».
Non sono facili neppure le 40 udienze dei processi, con il marito che
arriva in manette: «Lo potevo incontrare solo lì. In aula ho portato
anche Francesco, che voleva vedere suo padre». Nel 2001 c’è
l’assoluzione definitiva, ma il tribunale per i minorenni, sordo a
tutto, conferma l’adottabilità di Angela, «per incapacità genitoriale»
di Raffaella e Salvatore.
La ragazza, nel frattempo, è stata affidata a una famiglia di ricchi
imprenditori dell’hinterland milanese. Hanno altri tre figli, due
adottivi e una naturale, la più piccola. Angela non conserva un buon
ricordo di quegli anni, forse per la severità dei nuovi genitori:
«Litigavamo spesso. Non gli assomigliavo e mi imponevano regole ferree:
potevo uscire solo la domenica pomeriggio dalle 14.30 alle 17.30, gli
altri giorni sbrigavo spesso le faccende domestiche, stiravo per ore».
Ad Angela manca l’infanzia rubata e, quando può, gioca di nascosto con
le bambole della sorella più piccola («A me regalavano solo gioielli
che finivano in cassaforte»). In famiglia le fanno pesare il confronto
con quella che il padre chiama «figlia figlia». A scuola va male, anche
se tra i banchi è l’unico momento in cui si sente libera: «Ci andavo
con il sorriso e quando tornavo a casa mi deprimevo».
Angela passa ore a scrivere sul diario pensieri sulla vecchia famiglia:
«I miei genitori adottivi mi dicevano che quelli naturali mi avevano
abbandonato, poi che mia madre era morta di parto. Però io mi ricordavo
perfettamente i suoi riccioli». Alle medie impara il significato della
parola abuso e si convince di non averlo mai subito: «Con i grandi non
parlavo di queste cose per non finire di nuovo all’orfanotrofio».
Tace, sino a quando, dopo anni di ricerche, Salvatore e Raffaella la
ritrovano su una spiaggia di Alassio, dove è in vacanza: «Era il 31
luglio 2005 e la riconobbi subito» si illumina Salvatore. Con la moglie
Raffaella per 8 mesi si accontenta di seguirla da lontano, di vederla
uscire dalla messa. Poi, nel marzo 2006, il fratello Francesco le
consegna una lettera in cui le racconta la verità: che loro non
l’avevano mai abbandonata e che anzi la cercavano da anni.
Angela decide di tornare dai suoi. Quando bussa la prima volta, dopo
oltre 10 anni, è sera. Raffaella spalanca la porta e quasi sviene.
Madre e figlia parlano tutta la notte, piangono, ridono.
A questo punto lo Stato mostra, per l’ultima volta, il volto più duro.
«Poco prima di tornare a casa definitivamente, un pm ci ha provato
ancora. Mi ha detto che se fuggivo di nuovo dalla mia famiglia adottiva
mi avrebbero rispedito in un istituto» ricorda Angela. «Io gli ho
risposto che potevano mandarmi dove volevano, ma che mio padre non
aveva mai abusato di me e che, alla fine, sarei tornata dai miei
genitori naturali». I giudici si arrendono.
Angela torna a casa, per sempre. Il 24 dicembre 2006 festeggia il
diciottesimo compleanno in un ristorante con 115 invitati. In paese
sparano i fuochi d’artificio, i regali si accumulano all’ingresso come
un bottino di guerra. Una cameriera guarda stupita e papà Salvatore le
sussurra: «Questo non è un compleanno, è un miracolo». Ora manca
l’ultimo prodigio. «Rivoglio il mio cognome» reclama la fu Angela L.,
che un giudice ha battezzato Angela C.
«Così la giustizia mi ha rapita inventando un padre violentatore»
Milano
Bambole, animali, oggetti. Angela gioca per tre giorni davanti alla psicologa del Tribunale dei minori di Milano. È la fine del 1995, Angela ha quasi sette anni, abita con papà, mamma e fratello in un paesino dell'hinterland. Una famiglia normalissima, forse definirla un presepe sarebbe troppo, ma all'orizzonte non c'è nulla di anomalo. Angela è stufa di disegnare sempre le stesse cose e allora con la matita traccia sul foglio bianco una linea lunga, poi gli dà un nome: Fantasma. L'esperta sorride, complice, la bambina cambia titolo: Pisello. Angela non lo sa, ma quello sarà l'errore più grave della sua vita. La psicologa afferra quel pezzo di carta, lo osserva, lo trasforma nella prova che cercava. Da tempo, Antonella, la cuginetta di Angela, una ragazzina dall'equilibrio psicologico instabile, va raccontando di violenze sessuali in famiglia e ha coinvolto in un pericoloso crescendo il padre, un fratello, il papà di Angela. Angela si ritrova su un'auto dei carabinieri: la giustizia l'ha rapita, a casa tornerà solo dieci anni più tardi. Per il momento, l’affidano al Caf, il Centro di affido familiare.
I genitori non sanno più nulla di lei. Ma non hanno ancora capito che su di loro sta per abbattersi una sciagura senza proporzioni. Dopo una martellante preparazione che assomiglia ad un lavaggio del cervello, la bambina viene interrogata: ha paura, vuole tornare dalla mamma. Vede un grande specchio, intuisce che dietro c'è qualcuno, ma nessuno la rassicura. Carla, la dirigente del Caf, le propone un baratto: «Se racconti le cose di cui abbiamo parlato tante volte, tu torni a casa». Ma di che cosa avrebbero discusso tante volte? No, Angela non si fida, quel posto è terra straniera, le manca la mamma Raffaella, le manca il padre Salvatore che ha una piccola ditta di costruzioni. Ora però anche l'assistente sociale la fissa negli occhi: «Se dici tutto, ti faccio vedere la mamma». È un ricatto. Odioso. Ma lei non sa dire di no.
E quei cenni di consenso, quei movimenti impacciati e quasi impercettibili della testa questa volta costruiscono le manette che vengono strette ai polsi di Salvatore il 26 gennaio 1996. Un disegno innocente e qualche sì strappato a forza davanti al grande specchio. È l'armamentario che distrugge con tutti i crismi della legalità una famiglia senza problemi gravi, senza segreti, senza misteri.
A leggere il libro Rapita dalla giustizia, scritto in prima persona da Angela L. per Rizzoli con l'aiuto di Caterina Guarneri e Maurizio Tortorella, si resta basiti. Come può essere accaduta una storia del genere? Perché nessuno fra giudici, servizi sociali, esperti, ha messo in discussione quella versione? Domande che non hanno risposta, perché il meccanismo messo in moto dalle sconclusionate affermazioni della cugina non si è più fermato. Non c'è redenzione in questa storia di sottile crudeltà scritta con le carte bollate e i timbri dei tribunali. Non ci sono i buoni e i cattivi, c'è solo il buio che avvolge una bambina che piano piano diventa ragazza, cercando sempre l'uscita dal labirinto. E c'è naturalmente la resistenza della famiglia che lotta per non scomparire: Angela ora è in un kinderheim, ma i suoi non sanno più nulla, nulla di nulla, nemmeno una foto o una lettera; Salvatore è a San Vittore, sommerso da accuse infamanti e terribili; Raffaella è rimasta a casa, col piccolo Francesco che ha il diritto, almeno lui, di crescere. Un incubo.
Gli affetti e il cuore contro la legge, in un duello impari. Il 19 marzo 1997 Salvatore viene condannato a 13 anni per le violenze su Angela e Antonella. La guerra sembra perduta. Ma Raffaella non molla. Il 9 dicembre 1999 Salvatore viene assolto dalla corte d'appello, la Cassazione conferma. Il capo d'imputazione si è sbriciolato. Ma Angela è sempre lontana, lontanissima, irraggiungibile. Anzi, il tribunale dei minori la dichiara adottabile. La motivazione è un capolavoro di perfidia: ora la colpa di Salvatore e Raffaella è la «ridotta capacità genitoriale». Anche se, piccolo dettaglio, stanno tirando su l'altro figlio.
Per ricomporre la famiglia, serve un'ultima metamorfosi: Angelo e Raffaella si trasformano in detective, sulla base di un labile indizio setacciano d'estate le spiagge della Liguria. Alla fine, come in una favola a lieto fine, la riconoscono. È il 31 luglio 2005, dal rapimento sono passati 9 anni e 7 mesi, Angela vive con una nuova famiglia, ma sogna sempre i vecchi genitori di cui non ricorda più nemmeno i lineamenti. Infatti, non si accorge di essere stata scoperta. Tocca a Francesco pedinarla per altri otto mesi. Poi, finalmente, il fratello si svela. E le racconta quel che nessuno le ha mai voluto dire: papà e mamma non hanno mai smesso di cercarla. Il 27 maggio 2006, Angela, ormai quasi maggiorenne, torna a casa. Ora, l'aspetta l'ultima battaglia: recuperare il cognome paterno.
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